Le “anime perse” di Umberto Piersanti

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Umberto Piersanti
Anime perse
Marcos y Marcos, 2018

Tra Dante e De Andrè! Tra le “anime perse” del sommo poeta e le “anime salve” del sommo cantautore, il passo è per me breve, inaspettatamente breve: perché, malgrado la condanna alla reclusione, le anime raccontate da Umberto Piersanti in questo ciclo di racconti, in questo girone di reietti, hanno la luce dell’attesa della salvezza, o l’illusione della salvezza perché, “in fondo”, sono stati sopraffatti dagli eventi della vita che non hanno saputo dominare, o dalla loro stessa vita che non hanno saputo dominare, perché vivere è fatica, e se si è deboli, ovvero se non si riesce a contenere il senso di afflizione che porta il vivere a una continua autocommiserazione, ebbene, il passo da vittima a carnefice è davvero breve. E allora ecco che Piersanti dà voce a una piccola Spoon River di casi umani – diremmo con terminologia…

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Un museo per l’italiano

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Giuseppe Antonelli
Il museo della lingua italiana
Mondadori, 2018

Immaginatevi mentre gironzolate, incuriositi, tra le stanze di un museo che ospita sessanta, più due, pregiatissime testimonianze della nostra cultura, solo che i testimoni della nostra cultura questa volta hanno un rapporto inscindibile con la nostra lingua: l’italiano. Un museo non diverso da quello che un incendio di tre anni fa ha divorato a San Paolo in Brasile. Testiomonianze scritte che ci tramandano pure tracce di un’antica oralità perduta, come potrebbero essere l’indovinello veronese o i “fumetti” degli affreschi di San Clemente a Roma. Un museo che cerca di fissare per esempi iconici le tappe del formarsi e del progredire della lingua che tutti i giorni usiamo. Un museo immaginato, certo, ma che la prosa misurata e il narrare avvincente di Giuseppe Antonelli riescono a rendere a tratti visibile, come se alle pareti passassero, su schermi ad alta definizione, dei filmati…

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3 dicembre 1938 – 3 dicembre 2018. Per Antonia Pozzi

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Gli anniversari sono sempre ambivalenti: momenti di celebrazione capaci di trasformarsi in un passo falso, vittime di un tranello ben celato. Il fatto, però, che un volume di scritti dedicati ad Antonia Pozzi sia uscito a ridosso di un anniversario importante come gli ottant’anni dalla sua prematura e volontaria scomparsa è solo un evento che va accolto in modo assolutamente positivo. Nessun intento celebrativo; solo il desiderio di affrontare la giovane poeta in modo libero, autorevole, scientifico e scevro da letture stereotipate, dogmatiche, che da anni si ripetono raccontando una favola bella che, evidentemente, qualcuno ancora illude.

La novità forse più evidente di questo volume corposo (oltre 500 pagine), curato da Fabio Guidali e Matteo M. Vecchio, sta nello sguardo ampio e argomentato rivolto alla figura di Antonia Pozzi; sta nell’evocazione della «singolare generazione» cresciuta attorno alla figura del professore Antonio Banfi e soffocata dai tragici eventi storici che modificarono la…

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Nota a “Canzone del padre” di Luca Bresciani (LietoColle 2018)

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Dare voce al dolore proprio e altrui; scovarne l’origine; puntare il dito e forse anche accusare, o assolvere, perché il limite è sottile. E così si corre sulla soglia del limite con le poesie di Luca Bresciani che compongono questa Canzone del padre. Non nuovo alla ricerca di una radice, Luca Bresciani scende in profondità e non risparmia dettagli, perché – segno comune a non poca poesia degli ultimi due decenni – la poesia nulla deve risparmiare per essere realmente proiezione dell’individuo.
Si assiste, perciò, alla deflagrazione di ogni sentire (annunciata sin dal primo testo) che è un diritto di chi scrive; un’esplosione che si fa parola tanto quanto la parola si fa corpo. Si resta perciò, ancora una volta, in territori ben noti della poesia contemporanea. Ma la cifra di Bresciani sposta lo sguardo – come già detto – nei territori non raggiunti dalla luce. È più atra, anche quando la parola sembra leggera. Gioca sui contrasti duramente, quanto dura sembra essere la vita messa in campo. I protagonisti sono tutti travolti da un’esistenza che ha presentato un conto enorme; nessuno è risparmiato. Si ha quasi l’impressione che più che la vita, qui si sia messa in scena la morte cercata – almeno in un caso.
E il limite è proprio in questa zona dove gli opposti inscenano una danza, dove i protagonisti si riconoscono in gesti comuni. Non saprei dire se si cerchi un equilibrio, una zona dove poter vivere comunque, perché è questo “si vive comunque” a essere messo in discussione mano a mano si procede nella lettura delle poesie.
Si augura, e di riflesso ci si augura, che tutto finisca per poter finire. Ma si punta il dito contro chi ha fatto di tutto per giungere a ciò.
Colpisce questa “sete” continua di autodistruzione e allo stesso tempo di salvezza, e colpisce maggiormente quando ci si accorge che la sete è la condanna e il segno della distruzione. Ma è pure la stessa ‘sete’ che è urgenza di voler comprendere, conoscere, capire, l’urgenza di allontanarsi per avvicinarsi:

La goccia riflette la tua sete
ed è una mappa priva di scale
dove il centro del tuo bicchiere
è a un centimetro dalla mia fine.

Quattro versi e un universo. Un universo tanto piccolo quanto lo può essere una goccia, eppure grande da racchiudere principio e fine.

[nota pubblicata il 26 ottobre 2018 nel sito di Bologna in Lettere]

Francesco Sassetto, Xe sta trovarse (Samuele Editore, 2017)

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sassetto xe sta trovarse

Saper raccontare l’amore nel moto delle piccole cose, dei minimi, gesti; saper raccontare l’amore non innamorato di sé, ma quel sentimento vero che mette alla prova chi ha già vissuto l’esperienza d’amore e ora la vive con nuova forza, anche con entusiasmo, sicuramente con maggiore consapevolezza, superando le difficoltà quotidiane che tolgono tempo all’amore. E così il sentimento si ritrova negli oggetti, nelle pietre e nelle rincorse di calle in calle, in quella città che troppo spesso per cliché fa da sfondo all’amore: Venezia. Ma Francesco Sassetto è veneziano, e Venezia non è uno sfondo, come sa chi di Sassetto ha letto le poesie di Stranieri (Valentina Poesia, 2017); la città è pulsante quanto il sentimento d’amore, e lo è sin nella lingua scelta per queste poesie, quel dialetto veneziano vivo e ancora vivace, scelto nella sua variante più contemporanea, perciò sfrondato di ogni vezzo letterario; quel dialetto che immediatamente…

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Luigia Rizzo Pagnin, Chi ti scolpì sapeva…

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La partigiana (foto di Riccado De Cal) Augusto Murer, Monumento alla partigiana, Venezia (foto di Riccardo De Cal)

Chi ti scolpì sapeva
la forma che può prendere
straziata
la materia di un bronzo.

Sapeva
come aggricciare nella figura
le pieghe e le piaghe
della tua resistenza.

Partigiana, portata poi
sulla riva dell’acqua
perché venisse la continua onda
a lambirti e
a rifarti viva.

Quale ragazza a Venezia sa
dove ora tu giaci?
Quale scuola le insegna
il tuo viatico?

Tu giaci eterna
nella città che fu
dei Sette Martiri

Eterna
e – forse – dimenticata.

© Luigia Rizzo Pagnin

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Di terra e di legna secca. Omaggio a Rocco Scotellaro

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Rocco Scotellaro, ritratto da Carlo Levi

Di terra e di legna secca. Omaggio a Rocco Scotellaro

 

Poeta postumo, Rocco Scotellaro. Postumo per un destino che l’ha strappato alla vita appena trentenne; vita intensa, però, quanto la sua poesia. Morto per un infarto il 15 dicembre 1953, pochi mesi dopo, nel 1954, arriveranno quei riconoscimenti (i premi Viareggio e San Pellegrino) che forse nem­meno in vita si sarebbe aspettato. Postuma arriva sempre nel 1954 la prefazione a È fatto giorno di Carlo Levi, conosciuto nel 1946 e subito considerato il proprio mentore da un giovane Rocco Sco­tellaro che, ritornato nella propria terra dopo la morte del padre (1942), si immerge nel sociale con la stessa passione di cui sono fatti i suoi versi.
È quasi, a guardarlo sotto la luce di certo biografismo che sfocia nell’agiografia (‘colpevole’ Carlo Levi), un personaggio in­ventato Rocco Scotellaro; e non a caso Luchino Visconti plasmerà su di lui il suo ‘Rocco’, perché in lui convergono molti aspetti neorealistici. Ma fortunatamente a tenere il lettore saldamente coi piedi a terra arrivano ogni volta le sue poesie: le introvabili poesie che parlano costantemente della sua terra, dei suoi abitanti, visti da dentro, senza retorica, con doloroso realismo. Quel sud poeticamente ritratto negli stessi anni da Alfonso Gatto, viene scovato e scavato da Scotellaro che pare riscoprirlo dopo il periodo trascorso lontano da casa, tra la fine degli anni Trenta e i primis­simi anni Quaranta del secolo scorso. La partecipazione politica attiva innesca nella poetica di Sco­tellaro una nuova carica che deflagra al punto tale che Carlo Levi vedrà una sorta di nuova “Marsi­gliese” («Marsigliese del movimento contadino») nei versi di Sempre nuova è l’alba. Il sentimento di appartenenza si sposa con la volontà di riscatto raggiunto attraverso la rivendicazione del pro­prio ruolo nella vita sociale avanzata dai “vinti” (per usare una categoria manzoniana, del tutto estranea a Scotellaro).
Si potrà, a ragione, dire che i versi di Scotellaro sono carichi di un’enfasi a volte roboante; una con­tinua perorazione. Sono i versi di un uomo morto trentenne che non ha mai avuto modo di met­tere mano al molto – relativamente al vissuto – scritto, per riorganizzarlo e quindi pubblicarlo. Ma questi stessi versi, insieme agli altri, parlano anche di una fragilità dell’uomo che non si è voluta trattare, vedere, considerare criticamente dopo la sua morte. È un dato, questo, che non deve mai essere taciuto per non perdere di vista il punto di origine della sua poetica, e gli sviluppi interni. Al primo entusiasmo, quasi rivoluzionario, subentra inevitabil­mente la delusione successiva all’elezioni del 1948 (e qui ritornano sempre alla mente i versi sere­niani che ritraggono un più che adirato Saba). Se tutto si origina dalla conoscenza diretta del mondo rurale lucano, è proprio attraverso la poesia che viene ricercato il punto di riscatto sia sociale sia culturale: l’elemento popolare, nel quale Maurizio Cucchi rintraccia pure eco del Pascoli, si innerva perciò inevitabilmente nel comune denominatore neorealista di quegli anni. Lo spaccato storico è questo, e non altro. Estrarre perciò Scotellaro dal suo momento storico e dal suo ambiente naturale è impossibile: la lingua e le immagini di cui sono fatte le sue poesie ritraggono la semplicità della sua terra e della sua gente, quel mondo – dicevo prima – dei “vinti” elevati a protagonisti nel momento in cui la storia sta per cancellarli definitivamente. Ma tutto ciò verrà risparmiato a Scotellaro: lui non vedrà gli esiti disastrosi del miraggio economico degli anni sessanta sul sostrato rurale del suo sud. Soprattutto Scotellaro non vedrà mai l’opera di smantellamento dell’epos rurale messa in atto dalla nota lungimiranza di Mario Alicata (lo stesso che non riconobbe la poesia di Goliarda Sapienza), malgrado le lucide e illuminanti parole di tutt’altro segno pronunciate da Montale sulla poesia del poeta-contadino (formula capestro introdotta da Levi).
Rileggere ora Scotellaro non è compiere una di quelle operazioni tipiche del buonismo imperante anche in poesia oggi: è semmai riprendere contatto con una limpida voce che dal passato non poi così lontano continua a parlarci. Certo, bisognerebbe poterlo leggere in una nuova edizione completa e accuratamente condotta, perché non ci si può affidare alle rare antologie che si premurano ogni tanto di conservarcene la memoria, o sperare nella ristampa di un’edizione data oramai per esaurita.

© Fabio Michieli

 

[nota pubblicata su Poetarum Silva il 22/12/2013]

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (prima parte)

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Filippo Ravizza
La coscienza del tempo
La Vita Felice
2017

Torna la poesia di Filippo Ravizza, a tre anni da Nel secolo fragile. Torna con una nuova raccolta e un nuovo titolo parlante, La coscienza del tempo; sì, perché è un elemento fondante della sua poetica il contrassegnare le sue raccolte con titoli che ne riassumano i tratti essenziali, e farne, di fatto, libri che non siano solo raccolte di testi, costume abbastanza diffuso negli ultimi anni (Penna ebbe il buon senso di intitolare Poesie il libro d’esordio, esempio da seguire, a mio avviso, quando una raccolta non gravita attorno a un centro tematico ben definito). Il fare farraginoso degli ultimi decenni non tocca, né sfiora, Filippo Ravizza; con coerenza prosegue l’interrogazione e l’analisi di questi tempi sempre più poveri di riferimenti precisi e stabili, privi di poetiche definite, privi di ideali.
La sua generazione, quella di cui «forse…

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Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (seconda parte)

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A trent’anni dall’esordio Ravizza è forse l’ultimo poeta che davvero mantiene viva quella linea lombarda della poesia che al rigore etico affianca un dettato sobrio ma non sciatto, che privilegia e sempre privile­gerà il bisogno di essere prima di tutto chiari a se stessi; e perciò non è difficile ritrovare nella fitta rete di rimandi, inter- ed extra-testuali, echi, oltre che della propria opera, delle opere di Sereni, di Raboni. Perché persiste, è vero, un certo gusto novecentesco nel modo di costruire i propri versi, ma ciò avviene solo perché Ravizza dialoga col proprio tempo e con la propria storia nella stessa misura con la quale dialoga con il Tempo e con la Storia (e in questo forse è ravvisabile anche la lezione di Pessoa).
Per questo, riprendendo il discorso su La coscienza del tempo, è mia intenzione ora tirare un po’ le somme di un discorso poetico coeso…

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#MaurizioMilano, Poesie da #BlatteResupine”

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Il tramonto presenta nel sangue
regine alle rotonde
per venderci un utero
nato di scoglio, acido più del mare.

Il tramonto presenta, a vene aperte,
le cronache di questi giorni inutili
in cui qualcuno, stanco,
forse trova la strada mutola.

Il tramonto presenta
i turisti, la focaccia,
gli occhipinti, la condensa,
poi fugge obliquo e non spiega

la Madonna che cola
dal collo crespo,
l’ombra che decora
di quasi foglie la canotta.

*
Spietata polve, anche oggi
velluta le valigie
in assenza del coraggio
e il suo lazzo, aspirante

vetro, si dilata al vento,
demonio tumefatto,
ma non del tutto traluce,
sicché ogni singolo acino

ripristina il maltolto
com’oboli allo storpio
e decrepita riporta
la memoria rimanente

in sottani ove, scoprendoci
vastità disoccupate,
ci affidava, sottovoce,
le bevute un re di spade.

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